Il capitale umano al centro. Risposta alle domande 4 e 5

Mario Ledda
Giuseppe Mattioli

Siccome riteniamo che le persone debbano essere al centro di qualsiasi agenda per il rilancio del CNR, inclusa quella che porterà all’elezione del nuovo Rappresentante in CdA, con questo contributo vorremmo rispondere in modo articolato alle domande 4 e 5 che il collega Breviario ha posto, anche se le nostre risposte toccano inevitabilmente molti degli altri punti sollevati nel decalogo.

4. L’80% del personale che conduce ricerca al CNR è bloccato da anni nella sua progressione di carriera. Staziona ancora al terzo livello, quello di entrata, nonostante vanti titoli a profusione. Lo trovi giusto? Se no, cosa proponi di fare, in tempi brevi?

La conflittualità che ha caratterizzato recentemente il nostro ente si può superare solo recuperando l’unitarietà formale e sostanziale di tutto il personale, rispondendo alle legittime aspirazioni di tutte le professionalità presenti nel CNR, a partire dai Ricercatori e Tecnologi che ne sono la ragion d’essere, e proseguendo con i Tecnici e gli Amministrativi, figure fondamentali per garantirne il funzionamento quotidiano, senza dimenticare i giovani, che hanno diritto ad un futuro con maggiori certezze.

Facciamo partire un percorso virtuoso per le Progressioni di carriera.

Forse il tema più sentito tra il personale di ruolo del CNR. Il più importante ente di ricerca nazionale non può continuare a bloccare più dell’80% dei suoi Ricercatori e Tecnologi al III livello. Oltre ad essere moralmente inaccettabile è anche strategicamente disastroso non valorizzare la carriera di chi ogni giorno con la propria professionalità, intelligenza e a volte “fantasia” pubblica i risultati di ricerche di altissimo livello, svolge attività di formazione per i giovani e procura quei finanziamenti che contribuiscono in modo rilevante al mantenimento delle strutture ed infrastrutture dell’ente. Come pensiamo di poter competere con i nostri partner europei, che pur ci riconoscono tra le eccellenze del Paese, quando ci presentiamo ai tavoli come group leader dei nostri Istituti privi di un riconoscimento istituzionale da parte del nostro stesso ente?

Il problema della progressione di carriera dei Ricercatori e Tecnologi ha tre aspetti distinti, che potrebbero essere affrontati nell’imminente vertenza per il rinnovo contrattuale del pubblico impiego: (a) Evitare il feudalesimo. Commissioni concorsuali nominate dai Presidenti degli EPR creano distorsioni e meccanismi di fedeltà tramite le opportunità di carriera. (b) Risorse disponibili. La carriera dei R&T degli EPR è organizzata in un’unica Area Professionale con tre livelli suddivisi in 7 fasce stipendiali di anzianità. Quando avviene la progressione di livello i 2/3 dell’anzianità maturata nel livello inferiore si conservano nel livello superiore. Questo crea un immediato effetto scalone che può innalzare il costo della progressione di livello anche di 10~15000 euro e costituisce un freno alla carriera in un ente dal bilancio esangue e polarizzato sui costi del personale come il CNR. Esiste un possibile meccanismo contrattuale adeguato a risolvere in modo equo sia (a) che (b). Occorre notare che la 4a fascia stipendiale del livello III o II corrisponde approssimativamente alla 1a fascia stipendiale del livello superiore. Ridiscutendo su una base condivisa il principio di conservazione dell’anzianità nel livello successivo, sarebbe possibile rendere economicamente irrilevante nel breve termine per le casse dell’ente il passaggio di livello, con vantaggi individuali invece nel medio e nel lungo termine. Su questa base si potrebbe al limite anche rendere automatico il passaggio di livello a parità di stipendio. Il principio del merito tecnico/scientifico alla base di una più rapida progressione di carriera può quindi essere trasferito sul meccanismo contrattuale dell’anticipo di fascia stipendiale, da attribuire previo raggiungimento di obiettivi che devono essere stabiliti con la partecipazione della comunità scientifica di riferimento. Si sottrarrebbero così le progressioni di carriera interne alle farraginose procedure concorsuali, sostituendole con passaggi di fascia ottenuti in base a soglie abilitative misurabili per ciascuna Area Strategica mediante indicatori di merito scientifico/tecnologico stabiliti dai Consigli Scientifici di Dipartimento, con l’unico limite complessivo delle risorse disponibili stabilite nel PTA. (c) Contenzioso con la PA. Esiste un nodo normativo in base al quale i funzionari del Ministero della PA guardano tradizionalmente in modo ostile l’unitarietà funzionale dei livelli I-III negli EPR. Il Decreto legislativo 150/2009 è andato a modificare il 165/2001 bloccando la mobilità tra aree professionali distinte (ad esempio tra profili di R e di T). La recente sentenza 8985/18 della Corte di Cassazione a Sezioni unite ha ristabilito chiaramente l’unitarietà dell’area professionale del personale di I-III livello, ma esiste comunque un ambiguità normativa su cui il Ministero e l’amministrazione del CNR fanno leva per ostacolare l’applicazione dell’art. 15 del contratto alla carriera interna: la legge in generale prevede infatti la possibilità di immissione in una determinata area professionale per concorso dall’esterno o al livello d’ingresso (III), oppure al livello apicale (I), in caso di necessità motivata di elevate professionalità in un dato settore. Procedure concorsuali, come quelle recentemente espletate, di immissione dall’esterno al II livello devono pertanto essere bloccate con esplicita specificazione nel CCNL, non solo perché mettono a repentaglio la corretta interpretazione della norma contrattuale di progressione interna, ma anche per riaffermare che la progressione interna deve essere l’unico meccanismo legittimo per il passaggio dal III al II livello.

Il problema della progressione di carriera investe allo stesso modo i Tecnici e gli Amministrativi nell’organico del CNR, spesso trascurati e poco valorizzati pur svolgendo un lavoro fondamentale ed insostituibile di supporto alla ricerca. Le loro possibilità di carriera sono pressoché nulle, data la rarità delle procedure per il passaggio di livello. Il blocco della parte ordinaria del salario, appena intaccato dall’ultimo incremento contrattuale, è aggravato dall’assenza di un’articolazione in fasce stipendiali oltre che da una saturazione della retribuzione integrativa causata dalle assurde regole per il contenimento della spesa, riconfermate con l’art. 23 del Decreto legislativo 75/2017, che limitano il monte complessivo del salario accessorio ed impediscono la valorizzazione professionale anche dei livelli I-III. Se da una parte queste problematiche devono essere affrontate con la dirigenza dell’ente, chiedendo con forza una regolare programmazione dei passaggi di livello previsti dal CCNL, anche in questo caso bisogna condurre una battaglia con il Ministero della Pubblica Amministrazione. Da un lato per favorire l’introduzione di un’articolazione in fasce stipendiali per il personale tecnico e amministrativo, come già avviene per l’università; ma soprattutto per fare in modo che gli enti di ricerca abbiano come unico limite all’impiego dei fondi per il personale quello dell’80% del bilancio consolidato triennale, così come previsto dall’art. 9 del Decreto legislativo 218/2016.

In ultima analisi, un più elevato grado di coesione interna su tutti questi temi, che vada oltre i conflitti generazionali o dovuti all’appartenenza a diverse tipologie di personale, consentirebbe non solo al Rappresentante nel CdA, ma a tutti noi di presentarci presso le rappresentanze istituzionali e sindacali con proposte unitarie per far introdurre modifiche sostanziali nelle norme di legge e nel CCNL.

5. E’ in corso un considerevole arruolamento di personale precario, sedimentatosi nel tempo a partire dal blocco delle assunzione del 2002. Cosa pensi delle modalità di immissione? Come pensi si debba procedere nel futuro? Quali dovrebbero essere secondo te i criteri di entrata in pianta stabile nell’Ente?

Con la procedura di stabilizzazione avviata ai sensi dell’articolo 20 del decreto legislativo 75/2017, il CNR sperimenta la terza grande sanatoria occupazionale nell’arco di 20 anni, tralasciando interventi di portata più limitata come ad esempio quello promosso dalla legge 125/2013. Per rimanere agli eventi che hanno coinvolto più di 1000 unità di personale, ad un primo intervento nel 2000-2001 basato sul decreto legislativo 19/1999, è seguito un secondo intervento nel 2007-2009 basato sulla legge finanziaria per il 2007 (296/2006), per arrivare alla procedura tuttora in atto, stabilita con il decreto 75/2017 e ripetutamente finanziata con la legge di bilancio per il 2018 (205/2017) e con il riparto del FOE 2018. Pur nella differenza di applicazione delle procedure, non c’è dubbio che l’intenzione del Governo e del Parlamento sia stata sempre quella di risanare accumuli abnormi di precariato storico nel CNR. Lo è nei fatti la sanatoria “concorsuale” del 2000, con un rapporto tra domande presentate e posti disponibili spesso vicino all’unità e con l’azzeramento tra il 2000 ed il 2001 dei circa 1000 contratti a TD stipulati al CNR. Lo è a maggior ragione la stabilizzazione di circa 900 UdP con almeno tre anni di contratto a TD nel 2007-2009, seguita da circa 500 concorsi aperti, immaginati per gli assegnisti di ricerca del CNR, in cui l’attesa valorizzazione del servizio prestato presso l’ente è stata contrastata con successo dalla lobby universitaria. Dello stesso tenore risulta la procedura in corso, in cui alla stabilizzazione diretta di 1100 UdP con contratto a TD ha fatto seguito una procedura concorsuale per gli assegnisti di ricerca (riservata, fregati una volta sì, ma due no), che dovrà concludersi nel 2020 con l’assunzione di tutti gli idonei.

Perché il CNR ha avuto bisogno di tre sanatorie in 20 anni?

Esistono due risposte a questa domanda. La prima è “esterna”, e dipende dalla congiuntura politica nazionale. Infatti nel 2001 il Governo Berlusconi II inaugura la stagione della contrapposizione con il pubblico impiego, roccaforte elettorale delle forze politiche di centro-sinistra, bloccando le assunzioni o limitando il turnover in tutte le amministrazioni pubbliche. Una dinamica simile viene adottata dopo la seconda sanatoria negli enti di ricerca dal Governo Berlusconi III con la legge 150/2009 (la “riforma Brunetta”), ed è successivamente aggravata dall’insorgere della crisi economica con i tagli massicci e indiscriminati a tutto il sistema dell’università e della ricerca pubblica, laddove i partner europei stavano invece investendo nelle loro istituzioni di ricerca, una delle più efficaci misure anticicliche in caso di crisi. Nel 2001 comincia inoltre una spirale quasi costante di contrazione del fondo di finanziamento ordinario degli enti di ricerca (FOE) per più di 20 milioni medi all’anno, passando dai quasi 2100 milioni (1575 milioni rivalutati utilizzando il coefficiente ISTAT) del 2001 ai circa 1700 milioni del 2018. Nello stesso periodo il costo totale di un ricercatore CNR III livello in prima fascia stipendiale passava da 34300 euro a 48900 euro. Questi due trend inversi spiegano già in modo piuttosto esauriente, a personale circa costante per il CNR, l’origine lontana dell’attuale sofferenza di bilancio. La seconda risposta è invece “interna”. Durante ambedue i periodi di sostanziale decommissioning economico e di blocco quasi totale delle assunzioni, il CNR ha via via sostituito il personale in quiescenza con personale precario, da una parte ammettendo implicitamente che l’investimento in termini di personale era necessario al funzionamento regolare delle attività di ricerca e di servizio alla ricerca, e d’altra parte continuando ad esercitare sia quelle prerogative clientelari tristemente note anche al grande pubblico, che quelle prerogative feudali, meno note ma ugualmente velenose per la vita del CNR, che hanno permesso ai gradi apicali di usare i soldi dei progetti di ricerca per inseguire i propri obiettivi di carriera o di potere accademico, spesso sfruttando senza un minimo di moralità il personale che assumevano.

Perché tali sanatorie devono essere in ogni caso considerate necessarie per il CNR?
L’idea che dopo tre anni di lavoro non si possa più considerare un rapporto di lavoro nella pubblica amministrazione come rispondente alle “comprovate esigenze di carattere esclusivamente temporaneo o eccezionale” definite dall’art. 36 del decreto legislativo 165/2001 si sta lentamente trasformando da una considerazione più che altro morale ad un reale obbligo legale, grazie alle ripetute sentenze dei Tribunali italiani e della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (la famosa sentenza sul precariato nella scuola, ma sono in esame istanze simili per l’università e per gli enti di ricerca). Non solo infatti la Direttiva 70/1999 della CE ha già da 20 anni regolamentato in maniera più dignitosa la somministrazione del lavoro a termine da parte delle pubbliche amministrazioni nei paesi membri; non solo il Decreto legislativo 218/2016 ha recepito nella legislazione nazionale e negli statuti degli enti di ricerca la Carta europea dei Ricercatori ed il relativo codice di condotta per l’assunzione dei Ricercatori, che scoraggiano le forme prolungate di precariato come nocive per il lavoro del Ricercatore; ma anche, sebbene in forma di norma straordinaria, il decreto legislativo 75/2017 ha recepito in modo inequivocabile questa elementare propensione morale ad evitare lo sfruttamento dei lavoratori, e lo ha esteso sia ai lavoratori a TD che a quelli flessibili, riconoscendo all’Assegno di Ricerca la dignità, purtroppo ancora oggi spesso negletta, di rapporto di lavoro che nulla ha più a che fare con la formazione. Desta quindi il massimo stupore che ci siano colleghi che non riconoscano l’elementare senso di giustizia che si trova alla base di norme che impediscono lo sfruttamento prolungato dei lavoratori, in particolare quando è lo Stato ad essere il datore di lavoro. Dato che l’abuso è riconosciuto in base alla durata contrattuale e dato che la norma ha validità erga omnes, non ha alcun senso invocare, come molti colleghi spesso hanno fatto in questi due anni, la ridondanza di alcune categorie di personale stabilizzato o desiderare procedure selettive illegali per “fare giustizia” di assunzioni clientelari. Chi ha fatto battaglie ideologiche e antisindacali inutili su questo tema ha ottenuto gli unici risultati di ritardare l’applicazione delle procedure di stabilizzazione, lasciando molti colleghi senza contratto, e di lasciare fuori, allo stato attuale, colleghi meritevoli con plurime idoneità concorsuali e responsabilità di gestione di milioni di euro per progetti di ricerca, i quali imponevano la tempestiva chiamata diretta in servizio come requisito obbligatorio per l’erogazione dei fondi. S’io dissi falso, e tu falsasti il conio (Inferno, canto XXX); falso è pure che la stabilizzazione abbia tolto risorse alla gestione dell’ente mettendo a repentaglio le risorse progettuali a rischio di prelievo forzoso. Sia perché tutte le risorse fin qui impiegate per la stabilizzazione provengono da erogazioni straordinarie del Parlamento e del Governo, che sono andate ad incrementare il finanziamento ordinario o a recuperare somme come l’inutile quota “premiale” 7% che non erano nella disponibilità diretta del CNR. Ma soprattutto perché i soldi sottratti sono quelli dovuti al meccanismo incrociato di definanziamento degli enti di ricerca e di aumento degli stipendi che in meno di vent’anni ha sottratto 400 milioni di euro agli EPR. Non bisogna inoltre dimenticare che le erogazioni straordinarie, conquistate soprattutto grazie alla mobilitazione del personale precario, hanno indirettamente ma efficacemente liberato risorse per la rete scientifica che, non dovendosi più fare carico delle spese per gli stipendi dei precari stabilizzati, ha potuto dal gennaio del 2019 utilizzare le risorse dei finanziamenti esterni, faticosamente ottenute, per svolgere attività di ricerca. Se superassimo finalmente le inutili diatribe sulla stabilizzazione dovremmo tutti insieme pretendere, solo per cominciare, la restituzione di quei 400 milioni, proseguendo con la forte richiesta di allineamento alla media dell’UE del finanziamento in R&D.

Come si può fare per evitare di riparlare di una sanatoria per il personale tra qualche anno?

Certo non come ha proposto il Consiglio Scientifico Generale del CNR, suggerendo al CdA di spingere l’ente verso l’ultraprecarizzazione e la strumentalizzazione estrema dei rapporti di lavoro a termine, con l’ormai anacronistico Assegno di Ricerca come forma contrattuale praticamente unica per stipulare rapporti di lavoro finalizzati esclusivamente al raggiungimento degli obiettivi professionali dei loro datori di lavoro, e poi tanti saluti. Anche la risposta a questa domanda si scompone in tre aspetti distinti. In primo luogo lo Stato deve investire nel personale degli enti di ricerca con risorse sufficienti per soddisfare le aspettative di carriera e permettere l’ingresso in ruolo quasi continuo dei giovani sulla base di una programmazione certa. In secondo luogo bisogna operare una rivoluzione della mentalità attuale, rivendicando l’idea che gli EPR siano luoghi dove si prendono giovani laureati, dove eventualmente si possa finanziare il loro dottorato di ricerca, dove gli si possa fornire un triennio (e non più di un triennio!) di esperienza di ricerca equivalente, come recitano un po’ stancamente i nostri bandi per i concorsi per il III livello, ma con un dignitoso contratto di lavoro subordinato e durante i quali si eserciti la doverosa prerogativa della selezione da parte dei ricercatori di ruolo, e dove si possano inserire coloro che sono stati trasparentemente selezionati in base a meriti tecnico/scientifici quantificabili in una procedura contrattuale di tenure track. Purtroppo per chi ha vissuto quest’ultimo decennio del precariato più bastardo della storia del nostro Paese, la statura scientifica e la qualità morale di molti dei selezionatori non si sono dimostrate sufficienti per garantire una selezione equa del personale. Come tanti dei fili spezzati all’interno del CNR, anche questo rapporto di fiducia venuto a mancare a causa dei comportamenti sciagurati dei Commissari nei concorsi, deve essere ricostruito con il contributo attivo del prossimo Rappresentante del Personale nel CdA. Infine bisogna agganciare l’attuale attività parlamentare, che anche grazie alla mobilitazione per il superamento del precariato nell’università e negli enti di ricerca sta entrando in una fase di discussione di numerose proposte di legge da parte di molte forze politiche per una riforma dell’accesso al ruolo. Abbiamo in particolare colleghi del CNR che sono Membri del Parlamento, ma anche diverse orecchie attente alle problematiche della Ricerca Pubblica. Dobbiamo usare una ritrovata unità per partecipare a questo processo, per chiedere nuove norme per l’accesso al ruolo, e poi per chiedere finanziamenti per promuovere le progressioni di carriera e valorizzare il personale e per le infrastrutture, ed infine per chiedere una riforma della governance del CNR, con la sostituzione del CdA con un Consiglio Direttivo in cui ci sia una maggioranza di membri eletti dai R&T del CNR.

Mario Ledda

Giuseppe Mattioli

9 pensieri su “Il capitale umano al centro. Risposta alle domande 4 e 5

  1. La proposta relativa al punto 4, che ho già sentito presentare dai sindacati principali, non mi convince per niente, anzi, al dire il vero mi suona proprio di fregatura. A meno che non ci sia qualcosa che mi sfugga non capisco il vantaggio di passare ad un livello superiore mantenendo praticamente lo stesso stipendio. La riposta che mi è stata data è che il vantaggio non sarebbe immediato ma ci sarebbe nella crescita più rapida negli anni successivi. Ho provato a fare una simulazione considerando la mia situazione. Sono in V fascia da circa 7 mesi, pertanto il mio costo per il CNR è di 67.266,99 euro. Sulla base della proposta presentata, io sarei dovuto passare al secondo livello, I fascia (costo 61.608,04) già al raggiungimento della IV fascia (60.306,82), guadagnandoci forse qualcosina. E tenendo conto che per passare dalla IV alla V fascia occorrono 4 anni, mentre dalla I alla II ne occorrono 3, attualmente dovrei essere in II fascia del II livello da 1 anno e 7 mesi.
    Questa fascia ha un costo di 67.019,99 euro, quindi già inferiore rispetto alla mia attuale situazione (il cui costo come detto è di 67.266,99 euro). Presumo quindi che avrei guadagnato meno rispetto a quanto guadagno attualmente.
    Avrei certamente il vantaggio di passare nella fascia successiva (la III) un anno prima ma, anche in questo caso il costo di tale fascia (72.662,34 euro) e quindi, presumo anche dello stipendio, è più basso di quello della VI fascia del III livello (72.872,27 euro).
    Quindi il vantaggio dell’anno di anticipo va parzialmente a compensarsi con lo stipendio inferiore e un vantaggio forse significativo ci sarebbe solo con l’avvicinarsi al passaggio alla VII fascia per cui sono richiesti 8 anni. Ma nel mio caso questo avverrebbe fra circa 8 anni e mezzo. Non una bella prospettiva.
    In conclusione, quindi, non solo io non vedo un grosso vantaggio ma lo vedo addirittura come un’ulteriore penalizzazione perché se aderissi, mi ritroverei nel secondo livello in questo modo e senza la possibilità di passarci con le attuali regole. Se non aderissi, sarebbe comunque difficilissimo passare con le attuali regole (ammesso che ci fosse sempre la possibilità di farlo) perché ovviamente ci sarebbero diverse posizioni occupate da chi invece aderirebbe e quindi meno posti messi a concorso (con le attuali regole).
    Qualcosa mi sfugge?
    Io non credo che sia questo il modo per gratificare il personale per tanti anni frustrato, anzi mi sembra il modo per penalizzarlo ancora una volta e far capire che ormai non ci sarà più nessuna possibilità di riscatto.

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    1. marioledda

      Caro Raffaele, grazie per il tuo commento. La nostra proposta ha proprio l’intento di stimolare anzitutto la discussione intorno al tema delle progressioni di carriera, cercando di evitare di andare nello specifico delle situazioni personali, ma trovando una soluzione condivisa e armonica che a regime valorizzi tutto il personale di ruolo ed eviti situazioni paradossali. È di primaria importanza per tutti riconoscere che esiste un nodo da risolvere su questo tema, e che la discussione che si sta per aprire sulla parte normativa del CCNL dovrebbe vedere la partecipazione attiva del personale degli EPR. Si possono sicuramente immaginare proposte tecniche alternative ed altrettanto valide, la nostra è una possibilità ragionata e concreta, valida per un buon funzionamento a regime delle carriere di Ricercatori e Tecnologi.
      Andando al merito delle tue perplessità, abbiamo introdotto l’idea che sia possibile ridiscutere il principio della conservazione dei due 2/3 di anzianità, quindi non è detto che vada azzerata del tutto o in tutti i casi. Ad esempio, è chiaramente necessario prevedere norme transitorie per coloro che come te si trovino in una fascia stipendiale superiore alla IV e rischierebbero quindi di essere svantaggiati economicamente dal nuovo sistema che abbiamo proposto. Abbiamo anche parlato di utilizzare “il meccanismo contrattuale dell’anticipo di fascia stipendiale, da attribuire previo raggiungimento di obiettivi che devono essere stabiliti con la partecipazione della comunità scientifica di riferimento”, che quindi garantirebbe in base al merito tecnico/scientifico una progressione di carriera più rapida. La strada maestra per discutere serenamente di progressioni di carriera non può comunque che passare per un sostanziale aumento del FOE. Sull’esempio del recente successo ottenuto dal movimento dei precari, crediamo che tutto il personale degli EPR debba mobilitarsi nei confronti della politica, perché ciò avvenga. Nel frattempo però è anche indispensabile ragionare insieme per trovare delle modalità che valorizzino il personale di ruolo e lo facciano anche uscire una volta per tutte da una condizione di minorità, nella quale non può stabilire autonomamente i propri obiettivi economici, elaborare in autonomia proposte per raggiungerli e trattare con le controparti istituzionali per ottenerli. Invece allo stato attuale “autonomia” è quella dei Presidenti degli enti di ricerca, non quella degli enti di ricerca e dei loro comunità scientifica.

      ML e GM

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  2. dbrpgs

    La vostra proposta in riferimento alla domanda 4 di Diego ricalca se non erro una proposta già formulata da Americo Maresci in una assemblea della UIL del 5 Ottobre 2018 (https://youtu.be/RFiVOJFtQT0).
    In sostanza si propone di eliminare il sistema dei concorsi e di rendere le progressioni di carriera un atto automatico come per il passaggio delle fasce stipendiali. Non c’è dubbio che questa proposta essendo a costo zero nel primo periodo di attuazione semplificherebbe notevolmente le cose ed eviterebbe le problematiche connesse al sistema dei concorsi. Al contempo trovo che sminuirebbe in qualche modo il ruolo dei livelli e la portata del merito come ho già avuto modo di dire in un mio commento su questo blog (nella tematica crescita continua). Ricordo che l’anomalia da noi vissuta nel CNR è frutto esclusivo di scelte pervicacemente perpetrate dalle dirigenze che si sono succedute nel nostro ente e che il sistema dei concorsi (anche limitato agli interni) si potrebbe rendere virtuoso come accade in altri enti di ricerca all’estero e anche in Italia. A questo riguardo mi chiedo quale sarebbe in futuro il giudizio nel mondo scientifico italiano e internazionale delle nostre progressioni di carriera e come ci porremo nei confronti delle università?
    Tuttavia, riconosco che per rendere il sistema concorsuale virtuoso occorre un lavoro più difficile che deve partire dalla riorganizzazione delle aree strategiche/aree concorsuali, dalla definizione di criteri di valutazione scritti sulla pietra e di commissioni trasparenti e non pilotate. Si tratta di volontà politica nella gestione dell’ente e di rispetto dei contratti come abbiamo avuto modo di dire varie volte (ricordo a proposito la petizione cha abbiamo lanciato lo scorso anno sul nostro CNR e che è stata firmata da un gran numero di colleghi, https://ilnostrocnr.it/forums/topic/concorsi-per-progressione-di-carriera-ex-art-15).
    Questo a mio avviso sarebbe il modo normale di procedere, altrimenti si procede per sanatoria e per far fronte ad una situazione diventata inaccettabile, un pò come quello che è accaduto per le stabilizzazioni e la cui portata nel tempo nel caso delle progressioni di carriera potrebbe essere controproducente. E alla sanatoria dovrà in ogni caso seguire una programmazione sulla quale possiamo fin da ora cominciare a discutere. Ad esempio mi è sfuggito nella lettura di vari documenti quale è il numero e di conseguenza quale è il costo che si prevede per l’ente a regime per le assunzioni annuali negli anni futuri.

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    1. marioledda

      Non siamo contrari al merito, tutt’altro, però siamo purtroppo allergici ai concorsi gestiti dal CNR; in questi ultimi dieci anni siamo passati attraverso troppe prove concorsuali nelle quali il merito è passato ampiamente in secondo piano. Nessun sistema è sulla carta perfetto, e certamente meccanismi di automatismo per il passaggio di livello a parità di retribuzione sono stati proposti più volte anche da molte delle organizzazioni sindacali, dato che fa parte del loro mestiere costituzionalmente regolato sedersi di fronte all’ARAN per trattare i rinnovi del CCNL. Non vogliamo rivendicare quindi la paternità integrale dell’idea ma rivendichiamo certamente il merito di aver portato una versione personalizzata di quest’idea al centro del dibattito per l’elezione del Rappresentante del Personale in CdA. Vogliamo però sciogliere un’ambiguità che ci portiamo dietro a causa di un confronto tra la situazione degli enti di ricerca e l’università. Secondo le norme che regolano lo stato giuridico dei docenti universitari, docenti di I e II livello appartengono ad aree professionali differenti, ed il passaggio dall’una all’altra non può che avvenire per concorso. Fortunatamente, non avendo gli EPR la stessa protezione costituzionale e la stessa forza contrattuale associate all’insegnamento, la carriera dei Ricercatori e Tecnologi è normata e protetta dal CCNL della pubblica amministrazione, pur con le dovute specificità e tutele. I livelli I-III appartengono quindi alla stessa area professionale, per cui non esiste alcun imbarazzo ad immaginare premi di obiettivo per chi raggiunge determinate soglie di produttività, senza bisogno di un concorso. Proviamo a distinguere tra due situazioni diverse. In questo momento ci troviamo in uno stato di eccezionalità, simile a quello in cui si è trovata l’università dopo l’approvazione della legge 240/2010 che aboliva il ruolo di Ricercatore, con procedure al limite della sanatoria per consentire al maggior numero di essi di essere inquadrati come professori di II fascia. Un meccanismo molto simile ad una sanatoria è forse opportuno per superare lo stallo attuale senza passare di nuovo per i concorsi. Per fare una proposta immediatamente applicabile, l’automatismo potrebbe essere subordinato al raggiungimento dell’Abilitazione Scientifica Nazionale come professore di II fascia per la promozione al II livello, e di professore di I fascia per la promozione al I livello. Una volta superata una prima fase critica sarebbe più opportuno sviluppare un regime di valutazione di autonomia, in cui le soglie di valutazione sono stabilite dagli enti di ricerca in funzione della propria missione specifica. Ci è sembrato nella prima fase utile proporre l’utilizzo di un meccanismo contrattuale più “leggero” come quello degli anticipi di fascia stipendiale, in cui il danno che si può fare alla carriera delle persone con quel minimo di parzialità nella valutazione che è probabilmente ineliminabile sia compensato statisticamente da un’applicazione a cadenza ravvicinata di tale istituto contrattuale.

      ML e GM

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  3. stefanomorara

    La proposta punta a scardinare il sistema concorsi per i ricercatori nel CNR e, in definitiva, a
    portarli ad un sistema che li allontani dal riferimento con la comunità scientifica italiana. E’ un
    classico contenzioso che, opponendosi alle aperture offerte dalla riforma Ruberti (1990), pone continui ostacoli all’autonomia dei ricercatori degli EPR (presente, ad esempio, nella sempre citata e mai attuata Carta Europea dei Ricercatori). E che ha sempre impedito il raggiungimento di uno status giuridico per legge e non per contratto: il contratto è lo strumento principale con cui i sindacati possono esercitare il loro potere (giustamente), ma l’autonomia dei ricercatori è materia che esula da questo ambito. I riferimenti a questa logica sono presenti sia nel testo, sia nelle risposte ai commenti (non cito per brevità).
    Sia chiaro: è tutto legittimo. Ma frutto di una concezione sindacale antica, pur radicata.
    Per gli autori, le progressioni devono essere “interne”, e l’accesso dall’esterno (a parte l’ingresso
    iniziale), limitato a “necessità motivata di elevata professionalità”. Il sistema dei concorsi non è un
    tabù, ma è il concetto di comunità scientifica (internazionalmente intesa) che qui manca con evidenza. Assieme alla mancanza del senso della missione di un ente di ricerca (concetto citato, ma poi abbandonato): come può un ente avere una ricerca (“di altissimo livello”) tra i suoi obiettivi senza una osmosi di a) idee, b) regole e c) persone con il resto della comunità? La scienza non è tale senza questa osmosi. L’idea di impedire procedure concorsuali di immissione dall’esterno, per limitare le progressioni a solo quelle interne, porterà a ridurre il CNR ad un ghetto (da vecchio sistema parastatale). E’ la stessa logica dei porti chiusi: quelli rassicurano chi si sente in balia della globalizzazione e ghettizzano il paese, la limitazione all’osmosi con la comunità scientifica porta al mantenimento di “posizioni di potere” (scusate il termine) e la ghettizzazione dell’ente. Sono ben cosciente che l’osmosi è, attualmente, ridotta: ma è la strada verso cui andare, non quella da cui fuggire.
    E non dimentichiamo che l’assenza di progressioni per i ricercatori non è di oggi, ma ha ricevuto un sostanziale aiuto dalla rimodulazione della pianta organica di qualche anno fa (appoggiata da CGIL, CISL e UIL): riducendo il numero di ricercatori di II e III livelli ed aumentando (di poco) quello del I livello. E adesso ci si lamenta della mancanza di progressioni?
    E quale missione si vuole dare ad un Ente che è pieno (in pianta organica) di I livelli che non potranno accedere a progressioni interne perchè mancano i numeri di II e III livelli (rispetto agli omologhi enti nazionali ed internazionali)? Forse la risposta è nelle conseguenze della attuale proposta? con “il meccanismo contrattuale dell’anticipo di fascia stipendiale, da attribuire previo raggiungimento di obiettivi” si otterrà di stabilire per contratto (!) gli obiettivi scientifici (!) del
    personale/dell’Ente (si veda anche commento sopra).
    Ho sempre temuto il coinvolgimento dei sindacati nei processi di progressioni di carriera: hanno svolto (e, per me, dovranno sempre continuare a svolgere) l’indispensabile ruolo di creatori “di classe” e di difensori dei rispettivi diritti, ma non riescono a comprendere che vi sono ambiti che sono più propri dello innato spirito dell’uomo alla crescita. Conciliare questa spinta (che potrebbe essere considerata in parte “divisiva”) con quelle “unitarie” che tengono insieme le società (ed i lavoratori di un Ente) non è facile, ma una sfida per l’intelligenza di tutti: e che certo non può utilizzare i meccanismi qui proposti.

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    1. marioledda

      Caro Collega, ti ringraziamo perché la tua risposta ci permette di specificare meglio le nostre idee in alcuni punti. Infatti dopo aver superato alcune incomprensioni, per esempio l’abitudine di contare i livelli contrattuali dal basso verso l’alto da I a III invece che da III a I, ci siamo resi conto che c’è una profonda divisione, forse generazionale, nel modo in cui noi intendiamo la carriera del Ricercatore rispetto a quello in cui la intendi tu. Anzitutto è la legge che prevede l’ingresso dall’esterno per concorso al livello più basso in una determinata area professionale, e fa eccezione per l’ingresso motivato al grado più alto. Quindi consideriamo illegittimi i concorsi esterni al II livello, al quale si dovrebbe passare esclusivamente mediante una promozione interna. Facciamo anzitutto un bilancio di ciò che avveniva in passato. Non abbiamo mai notato alcuna “osmosi” di persone nel CNR nei più di quindici anni in cui lo abbiamo frequentato. Abbiamo invece sempre notato concorsi, quale che fosse il posto in palio, in cui i docenti dell’università, con la complicità di alcuni colleghi, pianificavano le carriere delle persone in barba al merito. Non abbiamo visto frotte di eminenti giovani studiosi stranieri venire a prendere il ruolo al CNR, e chi glielo avrebbe dato? Invece abbiamo visto solo colleghi brillanti che sono forzosamente emigrati. E quindi stiamo comunque parlando di un ambiente provinciale, che si internazionalizza solo per la tenace volontà individuale di quei ricercatori che per produrre un discreto ammontare di ricerca di buon livello, indispensabile per fare carriera o anche solo per essere assunti senza raccomandazioni, coltivano collaborazioni internazionali con i soliti due soldi e a dispetto di tutto.

      Però hai trascurato di notare nelle nostre risposte che l’allergia alle commissioni di concorso non è un’allergia alla valutazione del merito. Abbiamo lanciato la provocazione di subordinare l’accesso al I ed al II livello al conseguimento dell’ASN, o almeno delle relative soglie bibliometriche, come professori di I e II fascia, rispettivamente. Molti dei neoassunti al III livello, malgrado l’onta indelebile della “sanatoria”, potrebbero conseguire l’abilitazione, e molti l’hanno effettivamente già conseguita perché stavano comunque cercando un posto di lavoro altrove. Si può dire la stessa cosa di tutti i colleghi più anziani? Oppure questo è uno dei casi in cui la bibliometria deve essere considerata solo una frode inutile? Non sarebbe più pulito e lineare se al raggiungimento di soglie abilitative stabilite dalla nostra comunità scientifica, e senza l’intervento di docenti universitari, che invece non ci ammettono nelle loro commissioni concorsuali sempre alla faccia dell’osmosi, si potesse fare un passaggio di livello a costo zero?

      Tu citi un’antica querelle tra stato giuridico e contratto di lavoro. Noi non abbiamo difficoltà a schierarci a favore del contratto. Lo stato giuridico nasce nell’ordinamento da un’ovvia considerazione per i magistrati e per le forze armate. Sarebbe ridicolo se entità di tale rilevanza costituzionale si sedessero di fronte all’ARAN a discutersi il contratto di lavoro, con il moschetto in mano o la toga al braccio. Ed è quindi chiaro come solo il Parlamento, potere sovrano, possa rappresentare la fonte delle norme che regolano l’assunzione e la carriera di giudici e militari, con il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale come luoghi di composizione degli eventuali conflitti. Già risulta molto meno chiaro il vantaggio per l’università, che comunque ha rispetto a noi dalla sua parte della bilancia la tutela costituzionale dell’insegnamento e dell’alta formazione. Poi però arriva una legge come la 240/2010, fatta da un Governo e da un Ministro ostili all’indipendenza dell’accademia, e asfalta l’università prima di concludere togliendogli un miliardo e mezzo di finanziamenti. Io non metterei mai il ruolo dei Ricercatori degli enti di ricerca in mano al prossimo parlamento, ci ritroveremmo rapidamente con la cravatta a righe a vendere “scoperte scientifiche” porta a porta… Invece il decreto legislativo 218/2016, che andrebbe affisso in tutti gli studi dei ricercatori del CNR accanto alla Costituzione e letto ad alta voce nelle mense delle aree della ricerca dato che molti colleghi, incluso tu, non ne conoscono l’esistenza, delinea per la prima volta quell’autonomia dei ricercatori di cui parli, abolisce le piante organiche di lontana memoria che tu citi, riforma statuti e regolamenti con l’intenzione di far pesare di più il personale scientifico, sebbene in quest’ultimo caso la volontà del legislatore sia stata soffocata nel sangue dall’attuale CdA e l’autonomia degli enti sia rimasta esclusivamente autonomia dei presidenti degli enti.

      E questo ci porta all’ultima questione. Quale deve essere il ruolo delle organizzazioni sindacali all’interno del CNR? L’atteggiamento apertamente antisindacale di una parte dei colleghi (non il tuo, e ci fa piacere sottolinearlo) è in parte figlio di modalità di azione sbagliate da parte sindacale nel passato anche recente, che peraltro hanno trovato riscatto nel sostegno alla mobilitazione dei lavoratori precari del CNR. Perché infatti l’unità intergenerazionale tra ricercatori si è rotta nel momento in cui più del 40% del personale lavorava con contratti a termine o flessibili, e i pochi posti messi a concorso venivano più spesso di prima assegnati a raccomandati senza meriti particolari, tra il colpevole silenzio di molti colleghi e la complicità di pochi altri. Grazie al lavoro delle organizzazioni sindacali il nuovo testo unico del pubblico impiego ha incluso le norme sacrosante per il superamento del precariato, grazie alle organizzazioni sindacali siamo riusciti a recuperare quella visione unitaria, tutt’altro che “parastatale”, del lavoro di ricerca e di sostegno alla ricerca, invece di dividerci in sacche di personale litigiose e fagocitate un boccone alla volta dagli autori di circolari “reazionarie” come quelle sull’orario di lavoro, inutili proprio perché in aperta violazione del vituperato contratto di lavoro. Le organizzazioni sindacali interne al CNR sono fatte da colleghi, vengono per legge informate su tutto ciò che riguarda la politica del personale nei Piani Triennali di Attività, e dovrebbero quindi essere sempre al fianco di tutti i lavoratori del CNR, incluso il Rappresentante del Personale in CdA, per aiutarli a lavorare meglio e quindi anche per favorire la loro progressione di carriera.

      GM e ML

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  4. stefanomorara

    Cari colleghi,
    c’è una questione di difetto di logica, apparentemente, che in realtà nasconde una visione “non-scientifica” del lavoro dei ricercatori (uso il termine per chiarezza, non per insultare: se così risultasse chiederei scusa e lo cambierei).
    Per voi, … non c’è osmosi, non avete visto “frotte di eminenti giovani studiosi stranieri venire a prendere il ruolo al CNR” (vs. risposta), e “quindi stiamo comunque parlando di un ambiente provinciale, che si internazionalizza solo per la tenace volontà individuale di quei ricercatori che per produrre un discreto ammontare di ricerca di buon livello” (vs. risposta): concordo. Ma, di nuovo, è questo quello verso cui vorremmo/dovremmo
    andare? Per me sì, la scienza funziona così. E non parlo solo di persone, ma anche di regole, tra cui quelle sulle assunzioni e le progressioni (con le specificità, in particolare italiana, che conosciamo).
    Se è di scienza che parliamo, è quella la strada seppure in continua evoluzione. Ma non sembra la strada da percorrere per voi. Infatti, la logica applicata è: non c’è osmosi, quindi … affossiamo ogni possibilità di poterla raggiungere nel futuro.
    E che questa sia una “speranza” insita in quanto proposto traspare anche dalla concezione dello stato giuridico: esso è interpretato come “vantaggio” (vs risposta). Vorrei ricordare l’articolo 33 della Costituzione (ma sono sicuro che lo conoscete): “l’arte e la scienza sono libere …”. Benchè la scienza e le sue regole si siano evolute rispetto all’epoca dei ns padri fondatori, la sostanza di quella lapidaria affermazione non cambia. E lo stato giuridico è funzionale a questo.
    Invece qui, il nucleo centrale appare essere costituito dalla “unità … tra ricercatori” (vs risposta): l’ente, la sua missione ed il modo di attuarla non sono contemplati. Invece le istituzioni esistono, hanno una loro ragion d’essere, una missione e necessità che sono (dovrebbero essere) per il bene di tutti (!): il non considerarlo in modo primario, a mio parere, le trasforma nel ruolo di “vacche da mungere”, da parte di chiunque. Ripeto, dovrebbe essere nell’intelligenza di tutti il farsi carico della missione del proprio “ente”, e che questa includa anche il benessere di chi ci lavora.
    Stefano Morara

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    1. marioledda

      Caro Stefano, non ci sembra utile portare avanti questa discussione che non entra nel merito delle nostre proposte, esprimendone di alternative. Permettici di notare, senza offesa, che la tua insistenza sulla “missione” sembra fatta per difendere il privilegio di pochi e senza tenere in considerazione le legittime aspirazioni di tutti gli appartenenti alla nostra comunità scientifica e professionale. Noi invece siamo convinti che le persone e la loro valorizzazione vengano prima di tutto, è per questo che abbiamo iniziato questo dibattito intorno al capitale umano del nostro ente. Confidiamo che anche per te sia più importante valorizzare le persone prima di ogni cosa.
      Abbiamo invece ancora tanto da dire sulla visione del CNR, a partire da come viene governato, e lo faremo nel proseguimento di questo dibattito.

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