I CONCORSI SONO DA ABOLIRE, tanto è evidente che sono solo una foglia di fico deteriorata. PRIMO PASSO AUTOGOVERNO? ELEZIONE DIRETTA DEI DIRETTORI DI ISTITUTO

I concorsi sono lo strumento attraverso il quale la pubblica amministrazione recluta gli idonei tra coloro che aspirano a un impiego o a una promozione. Se applicati in ambito scientifico, dovrebbero essere in grado di selezionare il personale sulla base delle sue documentate abilità ad assolvere un dato compito, a coprire una determinata posizione. Nati, almeno concettualmente, per selezionare i migliori, sono suscettibili di una serie di interventi distorsivi che tutti conoscono. Dalla scelta del tema/funzione messo/a a concorso, all’assegnazione a generiche strutture o aree di riferimento, a volte nonostante palesi e irriverenti contraddizioni, alla definizione puntigliosa e  volutamente selettiva delle caratteristiche richieste (prima dell’avvento della rete c’era pure molta cura nel nascondere il bando così che nessuno oltre al predestinato ne fosse a conoscenza), alla formazione di una commissione già orientata, a volte persino sfacciata per la presenza di evidenti conflitti di interesse, alle formalità amministrative applicate con puntiglio diverso, alla definizione dei punteggi da assegnare, mai omogenei per le diverse commissioni, anche quando operano nello stesso contesto scientifico, a tracce più o meno conosciute fatte circolare prima dell’espletamento del concorso. Si tratta di tappe tutte oggettivamente influenzabili e manipolabili, come una infinita serie di episodi di cronaca ci ricorda quasi quotidianamente a partire dalla fine del 1800 (Le mani sull’Università. Autore: Felice Froio, Editori Riuniti).

 I concorsi di fatto mascherano scelte già fatte, tutelando i decisori da quella che dovrebbe essere una coraggiosa, trasparente e sacrosanta assunzione di responsabilità, da premiare o penalizzare a seconda dei risultati che produce.  Si agisce nell’ombra per non dover rispondere di persona. I concorsi sono una foglia di fico molto più invereconda di ciò che si vuol coprire. Perché istituire concorsi per l’assegnazione di ruoli apicali se la graduatoria non conta? Non c’è nulla di male che il Ministro deputato a farlo scelga come Presidente chi meglio crede, salvo poi che abbia la compiacenza di verificare la bontà della sua scelta. Ciò vale a cascata per le altre posizioni dove viene applicato lo stesso meccanismo ed è evidente che il prescelto è spesso, se non sempre, colui/colei che da garanzie di continuità alla catena di trasmissione che vede gli Istituti come terminali ciechi, succubi e inerti.

Colleghi rispettatissimi propongono l’autogoverno, l’elezione dei dirigenti da parte del personale. Bene, facciamolo, costruendo da subito la battaglia più importante che è quella dell’elezione diretta dei direttori degli Istituti da parte del loro personale. Non più vincolati alla catena di trasmissione dall’alto, così da diventare incomprensibilmente estranei alla realtà quotidiana che pure li esprime, ma agganciati al giudizio dei loro stessi colleghi, questi nuovi Direttori si farebbero strumento di una utile inversione nel sistema di trasmissione delle informazioni, dal basso verso l’alto.  Istanze e necessità reali provenienti dalla base produttiva, quella che viene continuamente citata come valorosa per la sua resa, verrebbero finalmente portate all’attenzione dei dirigenti superiori. Si aprirebbe un dialogo, attivo e non passivo, tra le necessità concrete della ricerca e la loro gestione. Quella dell’elezione diretta del Direttore di istituto da parte del personale è un battaglia chiara, comprensibile, specifica e decisiva per invertire lo stato delle cose, per ridare dignità e incisività agli Istituti, i luoghi della produzione. No Institute, no party.

Fin qui quanto avevo da dire sulle posizioni apicali, trattate per evidenziare con dati inconfutabili (qualcuno che legge ha mai sostenuto un concorso da Direttore? Di quelli in cui sai che la scelta è già fatta e tu sei lì per fare una comparsata?). Ora veniamo a noi, il popolo dei concorsoni per l’entrata iniziale e per le progressioni di carriera. Sempre nell’ottica di scegliere i più idonei (badate che la definizione iniziale non è mia ma l’ho mutuata dall’enciclopedia Treccani) vi sembra efficace, scevro da distorsioni, un sistema che chiama a concorso, con cadenze decennali, centinaia, migliaia di persone, ognuna specializzata su argomenti specifici, in un ambito che è invece vasto e generico? Pensate che i commissari prescelti siano così omniscienti e preparati, e con tanto tempo a disposizione, da saper selezionare i più bravi? Io ho evidenze contrarie, ed è pure comprensibile che in tal modo si possa scivolare nell’imprecisione, nella superficialità , nella sanatoria, tutte mancanze eventualmente “rettificabili” dall’ulteriore arbitrio di  riaperture preferenziali tra le liste di idonei. E che dire dei nostri colleghi che non riescono mai a passare al livello superiore pur avendone titoli e competenze? I concorsi se e quando banditi incorrono più o meno negli stessi limiti appena descritti. Nessuna valutazione equa e effettivamente rispettosa   dell’esperienza e del valore scientifico dei colleghi. Non so cosa si intenda con il concetto di abilitazione professionale, ma io sostengo che i criteri di passaggio automatico da un livello all’altro possono essere semplicemente definiti al raggiungimento di determinati obiettivi, diversi per specialità  ed attività scientifica, ma accettati universalmente in ambito scientifico. 25 articoli con il primo nome su riviste di prima fascia della tua disciplina e diventi primo ricercatore, se 50 dirigente di ricerca , oppure 10 tra prototipi e brevetti effettivamente depositati, per primo ricercatore, e 30 per dirigente. Automatismi che fanno giustizia della produzione scientifica di rilievo, cancellano una ingiustizia prolungata e inaccettabile, proiettano il sistema verso l’alto in termini di complessiva qualità della produzione, non consentono maneggi e risparmiano  tempo, e quindi soldi, perché non c’è bisogno di alcuna commissione. Passaggi di livello reali, non virtuali che devono essere compensati economicamente e non a costo zero.  Non sono addentro a conteggi vari e proiezioni contabili ma io penso che sia possibile. Basta posizionare bene i targets di risultato… e aumentare il FOE.
Diego Breviario

Un pensiero su “I CONCORSI SONO DA ABOLIRE, tanto è evidente che sono solo una foglia di fico deteriorata. PRIMO PASSO AUTOGOVERNO? ELEZIONE DIRETTA DEI DIRETTORI DI ISTITUTO

  1. stefanomorara

    Caro Diego,

    sai che concordo sulla inadeguatezza degli attuali concorsi e che favorirei una loro profonda revisione. Ma per supportare un cambiamento (che per te significa eliminazione), utilizzi tre/quattro situazioni “concorsuali” (Presidente CNR, Direttori Istituti, progressione ed immissione iniziale) per screditare questo meccanismo nonostante queste situazioni siano molto diverse tra loro e non mi sembra possano essere accomunate. La critica che muovo è, come sai cerco sempre di fare, intesa in senso costruttivo, cercare di i) chiarirci meglio le idee, ii) crescere (anche cambiando opinione), e quindi, iii) essere più efficaci.
    1) Presidente. La riforma del 2009 mantiene il fermo controllo governativo sulla scelta dei presidenti e dei componenti dei CdA degli enti di ricerca di designazione governativa. Da qui discende che la selezione avviene attraverso un Comitato di selezione nominato dal Ministro. All’epoca c’era stata la richiesta di adottare scelte alternative più consone ad un EPR, ma … è finita così. Rimango fortemente convinto dell’aberrazione dell’attuale modalità, ma non è questa situazione che può essere utilizzata per criticare i “concorsi”: un Presidente non potrà mai essere scelto sulla base di “automatismi”, anche se, come spero, si passasse a sganciarne la nomina dal controllo governativo. Tu stesso, infatti, abbandoni l’esempio e non lo riprendi più avanti nella fase propositiva.
    2) Direttori. Anche i Direttori non possono essere scelti sulla sola (!!) base della loro produttività scientifica/tecnologica, in quanto dovrebbero dimostrare anche pregresse competenze “manageriali” e predisporre un piano di sviluppo per l’Istituto stesso (in qualche caso questo piano è stato sottoposto all’esame degli stessi ricercatori dell’Istituto durante la fase concorsuale). Anche il concorso per i Direttori, quindi, non può essere utilizzato per criticare i concorsi sui quali vuoi porre l’attenzione: quelli delle progressioni (e tu stesso, in sostanza, abbandoni anche questo secondo esempio).
    3) Progressioni. I meccanismi “automatici” di progressione di carriera che proponi devono essere inseriti nel contesto di un Ente etero-diretto (da consorterie universitarie collegate ad elementi governativi) che, per loro natura, arraffano quel che possono e per il resto lasciano tutto il margine di manovra possibile (e anche quello non consentito: vedasi questione controllo orario lavoro) alla dirigenza amministrativa. Ed in questo inserisco anche quella parte di sindacati che sono incapaci di rapportarsi all’evoluzione del mondo di lavoro moderno per contrastarne le derive con proposte innovative, non del secolo scorso). In questo contesto (complesso e da sempre sfavorevole ai ricercatori) ritengo probabile che non avendo noi il potere di attuare e controllare il cambiamento, questo tuo meccanismo sarebbe manipolato, dalle forze di cui sopra, nello stesso modo con il quale è stato bloccato il raggiungimento (nel solo CNR!) di una “appropriata” distribuzione dei ricercatori nelle tre fasce (come negli altri EPR, nazionali ed internazionali). Una proposta che si limita ad un cambiamento nei meccanismi di progressione senza considerare l’intero assetto dell’Ente sarebbe molto probabilmente destinata ad abortire, se non, peggio, consentirebbe gravi distorsioni.

    Per non dire che meccanismi di progressione di carriera che ci allontanano da quello adottato dalla comunità scientifica nazionale è facile che produca, nel medio-lungo termine, una ghettizzazione dell’Ente con la possibilità di cambiamento della missione. Questo meccanismo sarebbe, paradossalmente, più facilmente applicabile in università che nel CNR: in quest’ultimo, l’elevata varietà di “titoli” che possono essere vantati, non solo fra i vari settori, ma anche nell’ambito dello stesso settore (data l’estrema eterogeneità presente), renderebbe la tua ipotesi di difficilissima applicazione. Infine, rischia, se non controllato in maniera ferrea, di far saltare il bilancio, per l’incontrollabilità delle spese del personale. La trovo, quindi, una scorciatoia di breve respiro che potrebbe rimanere facilmente inevasa (perchè non siamo nella condizione di controllarne lo sviluppo), se non, peggio, produrre gravi distorsioni già nel medio termine.

    Tornando ai meccanismi concorsuali, invece, alcune modifiche che potrebbero produrre già nel breve termine sostanziali cambiamenti possono essere:
    a- imporre (!) una regolarità nello svolgimento dei concorsi
    b- imporre (!), nella pratica, una diversa distribuzione delle tre fasce
    c- adottare meccanismi di sorteggio dei commissari (scelti da una ampia (!) rosa, selezionata su base meritocratica)
    Ovviamente (!) le “imposizioni” di cui ai punti a- e b- possono prodursi solo se siamo capaci di riconoscerci come elementi di una comunità scientifica coesa (v. INFN: certo più difficile al CNR, ente generalista) che è capace di assumersi l’onere (!) dell’autogoverno. Battaglia difficile, certo, ma l’unica che possa produrre effetti concreti.

    Un caro saluto
    Stefano

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