E adesso?

Cinque domande aperte dalla sentenza del TAR 02753/2020

La recente sentenza del Tribunale Amministrativo di Roma sul ricorso all’esito della elezione del personale del CNR (in allegato alla fine dell’articolo) pur ponendo un punto, definitivo o meno, nell’iter giudiziario sulle ultime elezioni lascia una serie di questioni aperte.
La causa, a cui è stato dato risalto dai giornali [1], è stata intentata da quattro degli iniziali sette candidati contro il CNR riguardo alla procedura di ballottaggio che ha identificato come vincitore Nicola Fantini.
Al di là dell’esito in se, tralasciando sia le polemiche innescate che le valutazioni sull’affidabilità del sistema informatico, restano aperti alcuni spunti interessanti a cui la sentenza del TAR da parziale chiarificazione ma che riguardano innanzitutto la missione del CNR e la sua articolazione. Sotto questo aspetto dunque non andrebbero tralasciati ne fatti cadere nel vuoto come anche, forse, non dovrebbero essere oggetto di pronunciazione di un tribunale amministrativo ma invece spunto di dibattito ampio tra i dipendenti.
Il punto centrale della censura dei ricorrenti riguarda infatti la mancanza di un curriculum adeguato da parte del vincitore.

Il motivo del ricorso.
Secondo i ricorrenti era infatti necessario che il presupposto per la candidatura fosse il possesso di alta qualificazione tecnico-scientifica nel campo della ricerca e di comprovata esperienza gestionale di enti o istituzioni pubbliche o private, requisito indicato sia dal Regolamento Elettorale che dallo Statuto.
La dimostrazione della mancata partecipazione all’ambito della ricerca scientifica secondo la citazione in giudizio era attribuibile al fatto che il candidato non avesse prodotto alcuna pubblicazione di carattere scientifico, né avesse prodotto brevetti ne fosse stato responsabile di eventi scientifici o editore o di revisore di alcuna rivista scientifica.

La sentenza del TAR a questo proposito, oltre a riconoscere una discrezionalità amministrativa dell’ente nell’accettare candidature, recita: “I ricorrenti hanno interpretato il requisito dell’alta qualificazione in modo riduttivo in quanto hanno sottolineato la necessità della presenza di elementi del curriculum che possono essere posseduti solo dai ricercatori. Ma l’elettorato passivo spetta anche ai tecnologi per i quali si potrà fare riferimento anche alla qualifica di inquadramento nel CNR; peraltro è riduttivo affermare che il controinteressato lavori in strutture amministrative poiché la struttura di valorizzazione della ricerca in cui è inserito si occupa anche di tematiche relative ai brevetti e al migliore utilizzo economico della ricerca scientifica. Il profilo professionale di Primo tecnologo comporta “capacità di svolgere autonomamente funzioni di progettazione, di elaborazione e di gestione correlate alle attività tecnologiche e/o professionali e/o di coordinare a tali fini competenze tecniche, anche in settori in cui è richiesto l’espletamento di attività professionali e che per il profilo è richiesto, oltre al possesso del diploma di laurea, un’esperienza professionale di almeno 8 anni.“”

Veniamo dunque alle questioni sollevate da questa sentenza e agli interrogativi che restano comunque aperti. Li elenco sottoforma di cinque domande.

1 A chi spetta eleggere il rappresentante in CdA del CNR e chi sarebbe eleggibile?
In questo senso sarebbe opportuno parlare chiaramente di un argomento spesso oscuro ma mai portato in chiaro nell’ambito del dibattito. Occorrerebbe chiarire il motivo per cui i tecnologi o gli amministrativi dovrebbero votare per un ricercatore e non debbano invece candidarsi e quindi dovrebbero essere esclusi dall’elettorato passivo. Anche la proposta di una loro eventuale esclusione dall’elettorato attivo dovrebbe essere chiaramente sostenuta se il loro voto viene reputato inidoneo spiegando chiaramente perchè un regime di “democrazia ristretta” giovi all’ente rispetto al regime attuale.

2 La rappresentatività è secondaria rispetto all’adeguatezza del profilo?
Anche ammettendo che l’elezione sia limitata ai soli ricercatori, che restano comunque la parte predominante dell’elettorato, resta comunque il fattore della rappresentatività ovvero quanto un candidato sia rappresentativo di una istanza o di un gruppo di persone. Occorre capire se tale rappresentatività debba essere messa in subordine rispetto agli aspetti curricolari , anche in presenza di più curriculum idonei. Nel caso questo avvenga dovrebbero essere chiare le regole di esclusione preventiva e chi si dovrebbe fare carico di questa responsabilità. La questione è comunque spinosa e rimanda a un punto più ampio

3 Se il CNR deve fare ricerca e questo è il suo compito primario questa caratteristica deve tradursi necessariamente in un curriculum di alto profilo scientifico per un ruolo di rappresentanza di tutto il personale?
Anche questa domanda è assolutamente lecita e di non agile risposta. Infatti il CdA tratta sia di questioni di indirizzo strategico che di questioni meramente amministrative che non possono, data la complessità dell’ente, ricadere interamente nelle competenze dei candidati (anche in termini di competenze scientifiche). Esisterà dunque una certa forma di discrezionalità e delega nelle decisioni prese e una certa predisposizione personale (un aspetto che resta intangibile) ad assolvere al meglio al proprio ruolo. Questo aspetto tra l’altro può lasciare in ombra un aspetto non secondario di deontologia professionale e istituzionale, che resta giudicabile dall’elettore e non può in nessun modo essere sostituita dai titoli scientifici. Questo non vuol dire però che questa domanda vada liquidata con un banale “si” o “no”. L’esercizio di amministrazione dell’ente è infatti una attività estremamente delicata, non esente da errori. E’ un esercizio che richiede anche una visione di alto livello sul ruolo che la ricerca ha nel contesto italiano e internazionale. Ugualmente è un profilo che richiede la conoscenza approfondita delle condizioni in cui operano i ricercatori nelle loro attività quotidiane a livello operativo tenendo conto però di tutta la filiera della conoscenza.

4 Cosa può essere considerata attività “scientifica” all’interno del CNR?
Questa domanda è indissolubilmente legata alle questioni di valore nell’attività lavorativa per la scienza su cui avevo scritto un post precedente [2] In senso stretto e secondo i criteri tradizionali della comunità scientifica (compresi i tanto criticati criteri ANVUR) il valore dell’attività scientifica tende a riassumersi prevalentemente nei prodotti concettuali e nei brevetti. Questo aspetto dominante, al netto delle sue storture, è sicuramente caratteristico ed essenziale ma non bisogna dimenticare che la produzione di conoscenza nella sua filiera ha bisogno di attività ausiliari indispensabili senza le quali rischia di non produrre ricadute. Un ente che ha tra le sue missioni primarie (se non come missione principale) il trasferimento tecnologico le attività di valorizzazione dei risultati, così come quelle più “operative” di gestione laboratori e dispositivi non dovrebbero essere classificate come attività secondarie. La pubblicazione o il brevetto in se non sono infatti sinonimo di trasferimento scientifico ma lo è invece una combinazione riuscita di più azioni. Questo chiaramente non implica che i ricorrenti lo abbiano suggerito ma tuttavia una articolazione più chiara dell’importanza di queste attività e dei termini in cui sono collegate alla attività scientifica probabilmente occorrerebbe, almeno per evitare che gli eventuali casi di nullafacenza siano equiparati a quelli di serio impegno.
Veniamo all’ultima domanda:

5 E adesso?
La sentenza del TAR non chiuderà le polemiche ma sperabilmente potrebbe aprire un campo di legittimazione reciproca tra le parti in causa e i loro sostenitori. I questo senso è utile, come non mai, che i ricercatori dialoghino tra di loro e con il resto dei dipendenti per arrivare a una visione più condivisa sul tipo di riforme che possano agevolare l’ente nel suo complesso. Il riconoscimento reciproco di pensiero è la prima base per la discussione, e senza una sana dialettica non può esserci la coesione necessaria per il cambiamento.

Carlo Brondi
Laureato in ingegneria dei materiali, dopo un master in ricerca industriale inizia lavorare per il CNR nel 2004. Si occupa di sostenibilità ed economia circolare ed è co-amministratore del sito CoMancio.
Ultimamente è ingrassato.

Riferimenti
[1] https://www.repubblica.it/scuola/2019/12/19/news/brogli_per_le_elezioni_al_cnr-243846407/
[2] https://comancio.blog/2019/11/04/il-buono-il-brutto-e-il-cattivo-ovvero-la-carriera-nel-cnr-secondo-tre-prospettive-diverse/

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